Il Renzi autentico è quello che parla inglese
Michele Prospero, 06.10.2016, “Il Manifesto”
Persino
le cifre del bilancio sono taroccate. Renzi adopera un doppio registro di
comunicazione. Il primo, a uso interno, consiste in una fabbrica inesauribile
di trasfigurazioni del reale, con il falso permanente sulle cose e sui poteri. Si
avvale anche delle trovate del guru americano per coprire, con un supporto
ipertecnologico che fa scena, le frottole date in pasto all’elettore distratto
da annunci che dai media cadono a pioggia. Il codice espressivo di Renzi è una
fuga precipitosa da ogni contenuto verificabile, l’oltraggio a qualsiasi
argomentazione ponderata.
Quando si rivolge ai cittadini Renzi tende a imbrogliare le loro resistenze
cognitive con significanti alterati, con strategie ingannevoli di seduzione
come il ponte sullo stretto.
Quando invece parla ai padroni, ai finanzieri internazionali lo stile di
Palazzo Chigi diventa non solo verosimile, ma fornisce una cruda
rappresentazione del paese che recupera i significati, li propone in un
perfetto stile realistico.
Il
sito istituzionale del governo fornisce agli investitori il senso autentico di
questo triennio di potere della rottamazione. Piegato il sindacato, spenta la
rivolta sociale, ridotto il corpo di donna a organo da rendere fertile per la
riproduzione della specie, Renzi offre ai signori del capitalismo il quadro dei
rapporti di forza esistenti. «Benvenuti in Italia, il paese giusto per fare gli
investimenti». Il paese è giusto non perché si caratterizzi con politiche
pubbliche ispirate a qualche canone di giustizia, ma al contrario perché ha
reciso, più di qualsiasi altra nazione, ogni memoria del principio di
eguaglianza.
Dopo le fantastiche norme sul mercato del lavoro e la cancellazione dello
Statuto terribile strappato nel 1970, «l’Italia offre un livello di salari competitivo
e una forza lavoro altamente qualificata».
Il Renzi che parla in italiano, per racimolare qualche voto con i bonus, gioca
la maschera del Masaniello che sfida l’austerità ordinata dalla cancelliera
teutonica.
Il Renzi che si rivolge in inglese ai poteri che contano nei mercati ricorda
loro il servizio reso alla gran causa del capitale: riduzione dei salari,
soppressione delle norme del diritto del lavoro. «I costi del lavoro in Italia
sono ben al di sotto dei competitor come Francia e Germania. Inoltre, la
crescita del costo del lavoro è la più bassa rispetto a quelle registrate
nell’Eurozona». Il governo si vanta di aver svalorizzato il lavoro, di aver
tolto i diritti sindacali e di aver compresso al minimo i salari: un vero
paradiso per il capitale.
Spiega
trionfalmente il sito ministeriale: «Un ingegnere in Italia guadagna in media
38.500 euro, quando in altri Paesi europei lo stesso profilo ne guadagna
mediamente 48.800». Dunque l’Italia si vanta della povertà sociale e del poco
salario dei giovani più colti. Il fine è la valorizzazione del capitale, il
lavoro e i giovani sono puri strumenti da spremere per dare il benvenuto alle
imprese.
Si capisce che il voto giovanile fugga dal Pd come da una peste. E’ percepibile
anzi l’odio che nella loro generazione scatenano i «ragazzi» da tre anni al
potere. Le generazioni condannate alla precarietà, all’esclusione, alla fuga
avvertono che, pur sapendone più di Madia, Picierno, Carbone, Rotta o Boschi,
espressioni del ceto politico più pagato e incompetente d’Europa, sono relegate
alla marginalità. I rottamatori, con il loro governo di classe, hanno rottamato
solo i progetti vitali di una generazione e chiedono al capitale di essere
riconoscente per la loro servizievole manovalanza che ha bonificato il mercato
dal costo dei diritti.